Visti dagli altri – Il film sulla Montalcini e la “Reductio ad Galileum”

Sono spesso affascinato dal modo in cui la religione viene rappresentata nella cultura di massa, soprattutto quando prodotta da persone non religiose. Ciò di solito ti permette di vedere non solo lo schema di pensiero di chi crea il prodotto culturale, ma anche lo schema che ci si aspetta che la gente abbia. Perché, diciamolo, solitamente le produzioni rivolte al grande pubblico non sono particolarmente coraggiose. Lo sceneggiatore cercherà di agganciarsi a ciò che “la gente” comunemente pensa, e lavorare da lì. Se è un tipo capace, cercherà di ampliarne la prospettiva, di far vedere le cose magari da più punti di vista, e quello sarebbe un bel servizio alla società. Se è scarso, metterà in scena pedissequamente i pregiudizi che il pubblico già ha, o presume che debba avere.

A settembre 2020 è stata trasmessa una fiction RAI su Rita Levi-Montalcini. L’ho scoperto per caso, perché non seguo molto il palinsesto, ma sul momento l’ho guardato con attenzione, perché il personaggio ha un certo fascino, e anni fa avevo apprezzato il libro autobiografico della celebre scienziata, “Elogio dell’Imperfezione”. Il film è però ispirato ad un altro libro che non ho letto, una raccolta delle sue lettere intitolata “Cantico di una vita”.

Lascerò perdere qui i giudizi di qualità sul prodotto finale, di cui non mi sento di raccomandare la visione. Mi limito a dire che ho trovato abbastanza infelice l’aggiunta della storia inventata di una ragazzina malata a cui la Montalcini dovrà salvare la vista all’ultimo secondo improvvisando in tarda età una rapida sperimentazione sul famoso NGF da lei scoperto – ricavandone in qualche modo un farmaco miracoloso (ah, spoiler). Come se la vita della Montalcini non fosse già interessante senza bisogno di metterci una scena alla Doctor House.

Ad ogni modo, dietro questa storia che fa da cornice, scorre la vita della giovane Rita, in una serie di flashback dove la nostra protagonista deve affrontare alcuni ostacoli, nell’ordine: la cultura patriarcale, le superstizioni che ostacolano la ricerca e l’arrivo delle leggi razziali.

Non mi dilungo sul primo villain, il patriarcato. La scena in cui la giovane Rita fa presente al padre che lei non vorrà mai sposarsi perché ha ambizioni lavorative, mi è sembrata un po’ esagerata, ma qui c’è un riscontro reale nella storia della Montalcini e lo scenggiatore si è ispirato a quello che lei effettivamente scrive. Marie-Curie, di una quindicina di anni più anziana, aveva potuto avere entrambe le cose, ma se la Montalcini ha fatto questa riflessione, doveva essere vera nel suo contesto sociale. Probabilmente c’entrano i valori della società alto-borghese italiana del tempo.

Anche sulle leggi razziali non c’è di che discutere. Sono state un dramma vero che hanno davvero influito sulla vita di lei e del suo Maestro, allontanato dall’università.

Ma è sul secondo “nemico” che c’è molto da ridire. Il film infatti ci regala una nozione immaginaria riaffermata più volte, senza neppure grandi risvolti sulla trama ma comunque presentata come un’ovvietà. Riporto qualche spezzone di dialogo (per il video originale su Raiplay, vedere qui ).

Minuto 42:07. L’anziana Montalcini si scambia confidenze con la piccola ammalata e le racconta del suo interesse per la ricerca.

Montalcini anziana: Ero curiosa soprattutto di quello che abbiamo qui (indica la testa). Perché era il cervello l’organo che faceva di noi degli esseri umani. Per questo gli scenziati se ne tenevano alla larga. “Il cervello viene da Diooo”, dicevano, “chi siamo noi per studiarlo?”. Solo un professore c’era all’università, che non aveva paura.

Minuto 43:36. La giovane Montalcini si presenta al famoso professore che diventerà il suo Maestro

Professore: Su su avanti, mi dica perché è venuta qui da me, non certo perché le sto simpatico. Dai, avanti!

Moltalcini giovane: Perché vogio studiare il cervello! E lei è l’unico che lo fa.

Professore (annuendo, colpito): Ah.

Moltalcini giovane: Tutti pensano che sia la cosa più meravigliosa che abbiamo, ma siccome viene da Dio non possa essere studiato come un altro organo. Lei invece…

Professore (sorridendo): E va bene, va bene. È nel posto giusto.

Minuto 45:34. La giovane Moltalcini consegna al suo Maestro e risultati della sua prima ricerca.

Professore: Le piace ancora il cervello?

Moltalcini giovane: Sì.

Professore (poggiando il quaderno sulla scrivania): Guardi, signorina, [usa un po’ di dialetto] mi non so se il sistema nervoso ven da Diooo (muove le mani con gesto scettico), ma sono uno scienziato, e so che è composto da cellule come tutti gli altri organi.

La giovane Montalcini e il suo Maestro nel film

Insomma, secondo degli sceneggiatori, agli inizi degli anni ’30 del Novecento, c’era una sorta di taboo sul cervello, che pochi coraggiosi scienziati osavano sfidare, osando affermare che era anch’esso un organo fatto di cellule.

Ora, non so se questa idea possa essere stata ispirata da qualche contenuto di Cantico di una vita. So che di questo fatto in Elogio dell’imperfezione non c’è il minimo accenno. Si può certamente riconoscere in questo libro un atteggiamento scettico che la Montalcini stessa ci dice di aver abbracciato da bambina . Racconta infatti un episodio della propria infanzia in cui lei e un fratellino domandano al padre (ebreo non praticante) cosa dire ai coetanei quando chiedono loro a quale religione appartengono. Il padre suggerisce di rispondere “siamo liberi pensatori”, definizione che la giovane Rita farà propria.

Non si tratta quindi di nascondere le posizioni filosofiche della Montalcini. Se il film avesse riportato l’episodio appena descrito, sarebbe risultata una scena simpatica, autentica, e anche utile per mostrare allo spettatore il modo di pensare della Montalcini.

Ma, a quanto sembra, quando Galileo non c’è, bisogna inventarselo, così gli sceneggiatori hanno partorito l’idea bislacca degli scenziati del 1930 timorosi di studiare il cervello, perché convinti che il cervello viene da Dio(oo) – al contrario del resto del corpo, evidentemente.

Se invece uno sceneggiatore fosse interessato ad approfondire un po’ la storia della scienza, o anche solo la storia della ricerca sul cervello, troverebbe ad esempio personaggi come Camillo Golgi.

Una storia degna della Montalcini la sua. Fu uno dei primi studiosi di cellule, e in particolare delle cellule nervose, per le quali inventò un particolare colorante che “permette la perfetta visualizzazione delle cellule del tessuto nervoso” (da Wikipedia), usato ancora oggi nelle osservazioni istologiche. Allestì il suo primo laboratorio fai-da-te in una ex-cucina, un po’ come farà la Montalcini durante la guerra. Più avanti scoprirà anche il famoso apparato del Golgi, il primo organello citoplasmatico ad essere individuato, e riceverà il premio Nobel nel 1906.

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Una delle più antiche illustrazioni di cellule nervose, ad opera di Camillo Golgi

Bene, chissà quali terribili pregiudizi religiosi dovette affrontare in vita Camillo Golgi, vissuto quasi 70 anni prima dei fatti (?) narrati nel film. Stranamente, pare che abbia effettuato queste sue straordinarie scoperte lavorando per un’istituzione religiosa dello stato asburgico chiamata “Pie Case degli Incurabili di Abbiategrasso”. Dopo la laurea aveva infatti vinto un concorso per il posto di primario chirurgo presso questa importante fondazione caritatevole. Ma certamente, si penserà, avrà effettuato le sue ricerche di nascosto e nel tempo libero per fuggire le ritorsioni di funzionari bigotti. In realtà, proprio in quanto appassionato ricercatore, “grazie all’articolo 86 del regolamento interno, gli viene riconosciuto come merito speciale dei sanitari il potersi occupare degli studi anatomo-psicologici”. Studierà le cellule nervose tutta la vita, farà carriera accademica, avrà allievi famosi e per un periodo entrerà anche in politica.

Tornando alla fiction RAI in questione, quello che dà da pensare non è tanto il fatto che si inventi un espediente narrativo privo di basi concrete, ma che si dia per scontato che un’invenzione così campata in aria sarà recepita dal pubblico senza batter ciglio. Cioè, si suppone (forse a ragione) che lo spettatore medio della prima serata RAi sentirà questa sparata e sì, ne verrà colpito, perché in fondo queste scene sono scritte per essere ad effetto (un po’ come l’episodio successivo che mette in scena le leggi razziali). Ne rimarrà colpito, ma non così tanto da trovare l’informazione assurda rispetto all’idea che ha del passato. Il ragionamento più o meno inconscio sarà: “ah vedi, non lo sapevo, ma effettivamente la Chiesa è sempre stata contro la ricerca”. Poiché questo è lo schema di pensiero della nostra società, ci saranno ovviamente prodotti culturali che tenderanno a confermarlo.

Quello su cui dovremmo riflettere è: i media riecheggiano ciò che la gente pensa o la gente pensa ciò che i media riecheggiano? Probabilmente entrambe le cose. Il problema è quando un prodotto culturale, creato per essere educativo, rilancia semplicemente i pregiudizi che già circolano, pure aggravandoli. Ma se la cultura, che dovrebbe fare luce sulle cose, rilancia la tenebra, quanto grande sarà la tenebra?

Sulla corruzione dei Vangeli, una discussione sotto l’effigie di Barbero.

Qualche giorno fa ho visto un’interessante serie di video di RaiStoria in cui Alessandro Barbero, stimato storico e immenso divulgatore, risponde alle domande degli ascoltatori di RaiStoria. Uno dei video riguarda la storicità di Gesù:

Il dominus Barbero

In poche parole e con la capacità di sintesi che gli è propria Barbero ci spiega perché è sicuramente una teoria più economica credere che Gesù sia esistito piuttosto che pensare ad un complotto internazionale per inventarselo.

Tutto bene, finché non mi sono addentrato nei commenti.

Gente che concorda, gente che dice che dovrebbe parlare di Gesù con più rispetto, gente che dissente perché Gesù non ha fonti altrettanto affidabili come quelle sull’imperatore Tiberio, gente che loro possono essere disposte, degnandosi di abbassarsi a tale livello, ad accettare che possa essere esistito un Gesù, ma a patto di mettere bene in chiaro che loro a tutte quelle altre baggianate non credono mica.

Non ho resistito alla tentazione di rispondere ad alcuni di loro e intervenire in alcune discussioni; ma solo con una dei loro (qui “Colomba”. Ho lievemento modificato tutti i Nickname) si è creato un dibattito lunghissimo sulle fonti e sulle credenze dei filologi. Di solito non sono un tipo insistente, ma in questo caso ho voluto vedere cosa sarebbe venuto fuori alla fine del discorso.

La risposta è “non lo so”, perché non è ancora finito. Immagino che ci areneremo in una qualche circolarità.

Però, ho pensato, piuttosto che lasciare tutto questo affascinante dibattito in fondo ai commenti ad un video di Youtube, quasi quasi copioincollo il tutto a beneficio di quanti si troveranno in simili situazioni.

Ecco dunque il denso dibattito a più voci. Premetto che non sono io il commentatore che trovate con il nome di Neutrone. È un terzo commentatore di cui condivido il punto di vista e che ha portato avanti la discussione due mesi prima prima che io arrivassi. Forse è anche un argomentatore più preparato di me (ho tagliato la parte in cui la discussione degenera in insulti, ma in tutto il resto, bravo Neutrone).

Cristian: Il fatto che sia esistito l’ebreo Yeshua può anche essere…ma i vangeli canonici sono stati scelti secoli dopo fra tanti altri…e anche i canonici sono stati scritti da tradizioni orali tanti anni dopo.

Neutrone: Il canone muratoriano, sostanzialmente coincidente con il canone attuale, è della seconda metà del secondo secolo, non sono stati scelti “tra tanti” secoli dopo. Un secolo dopo la morte di Cristo, il canone era più o meno quello attuale.

Colomba: i vangeli è certo al 100% che sono scritti dopo la “tradizione orale” (racconto), ed è anche storicamente risaputo che furono scelti definitivamente nel quinto secolo. Inizialmente i vangeli erano decine e decine. Basta studiare la storia. @Neutrone il canone muratoriano menziona 2 dei 4 vangeli, gli altri due sono impossibili da stabilire, e risale al tardo secondo secolo, il che vuol dire una vita dopo.

Neutrone: @Cristian Per personaggi dell’età classica, questa era la normalità. Il primo storico che testimonia dell’esistenza di Pirro è nato settant’anni dopo la sua morte.

Colomba: Il “frammento” più antico che possediamo oggi è un passo di Giovanni, grande come una carta di credito, risalente al secondo secolo. Non esistono vangeli originali, i più completi vanno da terzo secolo in poi fino ad arrivare a quelli completo del 1500.

Neutrone: @Colomba La tradizione data la composizione del vangelo di Giovanni al termine del primo secolo. Il fatto che ne esista un frammento (che non è l’originale, ma già una copia) datato alla prima metà del secondo secolo, lo pone straordinariamente vicino all’originale. Il più antico frammento che abbiamo dell’Eneide risale a quattro secoli dopo la scrittura della stessa.

Neutrone: @Colomba Il canone muratoriano prima di tutto testimonia l’esistenza di un canone. Quando un canone esiste, è difficile che possa venire stravolto, perchè la cosa tende a creare dispute e rivolte di cui rimangono tracce. Esso menziona quattro vangeli, i due menzionati sono Luca e Giovanni (chissà quali saranno gli altri due), gli atti degli apostoli, tredici lettere di paolo, l’apocalisse di Giovanni, considera sospetta un “apocalisse di pietro”, e non accetta testi “troppo recenti” non risalenti all’epoca apostolica. significa che poco più di un secolo dopo la morte di Cristo, il canone era più o meno quello attuale, e tutti i vangeli e testi complementari erano esistenti, diffusi e ben noti.

Colomba: ​@Neutrone Prima dei vangeli esisteva una tradizione orale (racconto) che è circolata per l’impero romano per circa 30/40 anni, tanto da trasformare l’uccisione di un “UOMO” nel figlio di Dio, tant’è che nessuno storico del I° secolo parla del figlio di Dio venuto a salvare l’umanità e che avrebbe operato miracoli di ogni genere, ma, solo nel caso di Tacito, si riferiva solo al Cristo. Per capire cosa fosse il Cristo nella Giudea del I° secolo bisogna conoscere la storia romana e quella ebraica.

Colomba: @Neutrone Il fatto che l’Eneide, testo epico, sia stato scritto 4 secoli dopo non prova nulla, perchè appunto l’Eneide non è un racconto storico, ma è un racconto di fantasia. Tu dici che “LA TRADIZIONE” data la composizione di Giovanni al I° secolo, ma stai parlando della tradizione, non di documenti storici. Per la tradizione i vangeli furono scritto da Marco, Matteo, Luca e Giovanni, mentre la storia afferma che gli autori sono “IGNOTI”. Con questo volevo dimostrarti che la tradizione non è verità, ma solo fantasia.

Colomba: @Neutrone Nel I° secolo i vangeli esistenti erano decine, dunque il fatto che il Muratoriano menzioni 4 vangeli, di cui due sono ignoti, non dimostra nulla, perchè appunto non sappiamo se realmente si riferisce a Luca e Giovanni del canone accettato quasi 5 secoli dopo (nuovo testamento), dimostrazione è che una lettera di Paolo che oggi viene accettato come canonica, all’epoca era ritenuta apocrifa. I vangeli furono copiati e ricopiati migliaia di volte, ed ogni volta venivano “inevitabilmente” cambiati. Ti posto il video di un accademico esperto di vangeli, perchè, senza nulla togliere al professor barbero, se non si è esperti nel campo magari si rischia di dire inesattezze.

https://youtu.be/qopVwCLRIXM buona visione.

Neutrone: ​@Colomba Che prima che scritta la storia di Cristo sia stata raccontata, non ci vuole davvero tanto. Bisogna vedere PER QUANTO è stata raccontata. Come detto, venti o trent’anni che passano dalla data tradizionale di stesura dal vangelo di Giovanni al primo frammento di una copia reale giunta fino a noi sono un tempo STRAORDINARIAMENTE BREVE per qualsiasi opera di età classica. Ancora, che tra la vita di un personaggio di età classica alla prima opera di uno storico che ne parla passi più di un secolo, in età classica, ERA LA NORMA. Il primo storico a noi noto che parla di Annibale non era neanche nato all’epoca della battaglia di Zama. Il fatto che il primo frammento giunto fino a noi dell’Eneide, uno dei testi più diffusi della Roma imperiale, dati a quattro secoli dopo la stesura, prova che i venti o trent’anni che passano dalla data tradizionale di stesura dal vangelo di Giovanni al primo frammento di una copia reale giunta fino a noi sono un tempo STRAORDINARIAMENTE BREVE. Di cosa tratti il testo non conta nulla in questa sede. Secondo te abbiamo frammenti più vicini agli originali di Polibio, o di Livio? Quindi, secondo te, il vangelo di Giovanni è stato scritto ancora prima della fine del primo secolo, dove lo vuole la tradizione? Buon pro ti faccia. Peccato che questo vada contro la tua tesi, perché porrebbe la scrittura dei vangeli ancora più vicino ai fatti. Che nel primo secolo i vangeli fossero decine, dovresti dimostrarlo, non basta dirlo. Come detto, il canone muratoriano dimostra, prima di tutto, che nella seconda metà del secondo secolo esisteva un canone e, quando un canone esiste, è difficile che possa venire stravolto, perché la cosa tende a creare dispute e rivolte di cui rimangono tracce. Se i due vangeli “ignoti” non erano Marco e Matteo, quando è stato che marco e Matteo hanno preso il loro posto? Come si è svolto questo gioco di prestigio senza che i primi cristiani, notoriamente litigiosi su questioni di questo genere, si scannassero? Ma, anche dando gli altri due vangeli per “ignoti”, rimangono due vangeli noti (ed è davvero difficile che i due “ignoti” contrastassero fondamentalmente con loro) gli atti degli apostoli, tredici lettere di paolo, l’apocalisse di Giovanni, un “apocalisse di pietro” già considerata sospetta (che non è scomparsa, è che ne abbiamo due, non facenti parte del canone), ed il fatto che dichiaratamente non venissero accettati testi “troppo recenti” non risalenti all’epoca apostolica. Significa che poco più di un secolo dopo la morte di Cristo, il canone era più o meno quello attuale, e tutti i vangeli e testi complementari erano esistenti, diffusi e ben noti. Capirai che differenza fa UNA lettera di Paolo.

Colomba: @Neutrone Come detto precedentemente, dalla tradizione orale alla prima stesura dei vangeli sono passati dai 30 ai 40 anni, il che è un tempo enorme, periodo in cui attraverso il bocca a bocca, come succede anche ai giorni nostri, la storia è stata cambiata. Il racconto orale raggiunse tutte le popolazioni dell’impero romano che erano diverse per cultura e tradizioni, tanto da attecchire in maniera differente facendo nascere vari cristianesimi, diversi l’uno dall’altro. Il Vangelo di Giovanni viene, dal mondo accademico, datato a cavallo fra il primo ed il secondo secolo, con qualche eccezione che addirittura lo data al secondo, e il fatto che a noi sia giunto “un frammento” (grande come una carta di credito) non certifica che sia quello originale o che il vangelo di Giovanni che abbiamo oggi sia identico all’originale, proprio perchè dal frammento più antico non si può ricavare chissà quale verità, essendo minuscolo, e perchè, come detto, i vangeli sono stati alterati migliaia di volte. Qui non stiamo parlando di un personaggio storico, bensì di un personaggio raccontato in un testo religioso, dunque non storico, e il fatto che venga menzionato (da chi??) non dimostra che sia esistito propri quello, perchè spesso venne raccontato dai fedeli. Non so se rendo l’idea. Continuo a ritenere che ci sia enorme differenza fra i racconti storici e quelli religiosi. Per tutto il resto ti invito nuovamente a visionare il video dell’esperto che ti ho linkato. saluti.

Neutrone: @Colomba Veramente non è affatto un tempo “enorme”. Per gli avvenimenti di epoca classica è un tempo BREVISSIMO. Per pochi di essi abbiamo IL LUSSO di un resoconto scritto all’interno di una vita umana di distanza, cioè a meno di settant’anni dagli avvenimenti, ovvero quando lo scrittore poteva avere parlato con i testimoni diretti, e c’erano dei testimoni diretti ancora vivi che potevano smentirlo. Resoconti con questa caratteristica sono considerati PARTICOLARMENTE AFFIDABILI. Le guerre pirriche, o la prima guerra punica, ad esempio, non hanno questa caratteristica. Il primo storico a noi noto che ne ha scritto, lo ha fatto ad OLTRE una vita umana di distanza. Polibio, per la media delle fonti classiche è considerato un autore PARTICOLARMENTE AFFIDABILE sulla SECONDA guerra punica perché ne scrisse SOLO SESSANT’ANNI DOPO LA FINE.

Il fatto che esista un frammento del vangelo di Giovanni datato alla prima metà del secondo secolo significa che l’originale è stato scritto non dopo la fine del primo secolo, che è esattamente dove la tradizione ne colloca la scrittura. Infatti l’originale manoscritto deve essere copiato una prima volta, una seconda, poi la copia deve viaggiare ecc… ecc… fino alla copia da cui viene il frammento arrivato a noi, e questo processo, in età classica, durava qualche decennio. Come detto, avere frammenti così vicini alla stesura dell’originale, per un qualsiasi testo classico, E’ RARISSIMO. L’alterazione dei vangeli “migliaia di volte” non la devi solo dire, la devi dimostrare. Cosa renderebbe i vangeli più alterati dell’Eneide, o delle Storie di Polibio? Oltre alla straordinaria vicinanza dei frammenti all’originale, la già ricordata litigiosità dei primi cristiani su questioni di punti e virgole, rende piuttosto probabile che lo siano meno. IL CONTENUTO DEL TESTO NON CONTA. La paleografia non cambia a seconda delle tue opinioni sul contenuto. Non puoi dire “dai 30 ai 40 anni, è un tempo enorme” quando per qualsiasi resoconto storico classico è un tempo brevissimo Se non lo sai spiegare, significa che non lo sai.

Colomba:
@Neutrone Torno sempre a ricordarle che non stiamo parlando di testi storici. Le fa associazioni che non possono essere fatte, menziona eventi storici associando le modalità di trasmissione con quelle del cristianesimo, sostenendo che siano uguali e dunque entrambe degne di essere accettate come verità. Sappiamo, per certo, che dell’uomo dei vangeli non esiste nessuna prova storica, sappiamo da quale tradizione sia nata la storia riportata nei vangeli, sappiamo che gran parte dei racconti contenuti nei vangeli sono frutto di fantasie, ecc..ecc…dunque i 30 o 40 anni passati fra la tradizione orale e la redazione sono un tempo enorme, come sono enormi 70 anni di distanza, proprio perché non parliamo di fatti realmente accaduti, ma di racconti fittizi che man mano che venivano veicolati venivano ulteriormente alterati.

Sul Vangelo di Giovanni sta azzardando ipotesi che non sono provabili, il “frammento” più antico viene datato nella prima metà del secondo secolo, 120/130, e non è detto che non sia un frammento dell’originale, come non è detto che, siccome la “copia” è stata riscritta nel 130 allora l’originale è stata scritta prima della fine del primo secolo, e perché?? Non potrebbe essere la copia sia stata scritta 2/3 o 4 anni prima??

Come le avevo detto prima, le ho linkato un video di una conferenza di uno fra i più importanti storici esperti di cristianesimo, Gesù storico, vangeli canonici, apocrifi, filologi, dove parla apertamente dei vangeli è delle alterazioni che hanno subito nel corso dei secoli, senza nulla togliere a Barbero, che è un illustre storico, ma che si occupa d’altro, questo è un esperto sul senso concreto del termine. Spero voglia visionarlo.

Saluti.

Neutrone:
@Colomba Torno a ricordarle che la paleografia non cambia a seconda dell’argomento del libro. Se si vuole adottare un approccio scientifico, l’approccio è lo stesso in ogni caso. Non si può poi buttarlo alle ortiche quando non piacciono i risultati. Se si vuole fare questo, basta dire “io non voglio che sia così”. Non serve spacciare le proprie preferenze per approccio scientifico. I vangeli nel primo secolo non diventano “centinaia”, senza alcuna fonte per dirlo, solo perchè non piace che con tutta probabilità fossero i quattro che conosciamo. I rimaneggiamenti non diventano “migliaia”, senza alcuna fonte per affermarlo, perchè non piace che i frammenti dei vangeli che abbiamo siano molto più vicini agli originali rispetto ad altre diffusissime opere dell’antichità. 30-40 anni dagli avvenimenti non diventano “un tempo enorme” quando per qualsiasi altro resoconto di età classica sono un tempo brevissimo. LA PALEOGRAFIA FUNZIONA ALLO STESSO MODO PER TUTTI e, secondo la paleografia, i vangeli che conosciamo sono stati, con tutta probabilità, (praticamente certezza nel caso di Giovanni) composti nel tardo primo secolo, cioè a meno di una vita umana di distanza dagli avvenimenti che narrano e questo, per un resoconto di età classica, è un lusso raro.

Che quello che c’è scritto dentro sia “la verità”, è un’altra questione. Semplicemente la paleografia non ti aiuta a dire che fosse una balla. Se vuoi considerarla tale, devi usare ALTRI argomenti scientifici, non quelli paleografici.
Il frammento di Giovanni è un codex, quindi non è l’originale. E’ come dire che il tascabile del Signore degli Anelli che compri in libreria è l’originale scritto a penna da Tolkien. I codex erano i tascabili dell’epoca. Il fatto che sia un codex dimostra che il vangelo era diffuso nel 120-130 DC, e perchè avrebbe dovuto essere diffuso un papiro di autore ignoto scritto tre o quattro anni prima? Di nuovo, sfortunatamente, la paleografia funziona allo stesso modo per tutti.

[…]

Colomba:
@Neutrone I vangeli che abbiamo oggi, come ho scritto prima, non sono gli originali, abbiamo copie di copie di copie, che nel corso degli anni sono stati cambiati, involontariamente e volontariamente, migliaia di volte, sono stati modificati in anche in base agli interessi che chi ricopiava aveva. Esistono le prove, le copie stesse, che dimostrano quanto dico. nel I° secolo esistevano una infinità di vangeli, lentamente nel corso dei secoli si è optato per i 4, ma sono le copie, per cui non si può parlare di nessuna verità visto il metodo di trasmissione, considerando che “NON ESISTONO GLI ORIGINALI”. Solo nel IV° secolo sono stati proclamati i primi dogmi di fede a cui “tutti” si sono dovuti allineare.


Neutrone:
@Colomba Scusa, ma questa non è una risposta alla mia domanda. Sono teorie, e pure azzardate. Sappiamo che Il canone è più o meno lo stesso dalla seconda metà del secondo secolo, non dal quarto, e dove sarebbero le prove dell’esistenza di questa “infinità” di vangeli nel primo secolo?
“NON ESISTONO GLI ORIGINALI”? Ma dai? Ha un originale delle Metamorfosi di Ovidio sottomano o del De Bello Gallico? Qualcuno dovrebbe essere impressionato da questa affermazione (FATTA PURE IN MAIUSCOLO)?
Ancora una volta: “I più antichi vangeli quasi completi che abbiamo datano al terzo secolo. Dove sarebbero così fondamentalmente diversi da una copia recente? Non c’è la pericope dell’adultera? E capirai che grande novità. Già Ambrogio e Agostino discutevano del fatto che l’episodio fosse presente in alcuni vangeli e non in altri.”

Quindi, dove sta questa grande differenza, a parte in un episodio dove Gesù non fa neanche un miracolo? Riesce a spiegarlo?

Colomba:
@Neutron Alchemist Sappiamo che il canone è lo stesso??? Scusa la domanda: come lo sappiamo?? Perchè lo dice il codex Muratoriano??? Certo, il Muratoriano riporta due dei 4 del canone di oggi (Luca e Giovanni), gli altri due sono indecifrabili, ma nessuno sa quali fossero, nessuno sa se quelli riportati nel Muratoriano sono gli stessi dei Luca e Giovanni di oggi, proprio perchè non esistono gli originali e nel Murtatoriano vengono “solo” menzionati, non ci sono i vangeli. E conoscendo il metodo di trasmissione, pieno di errori e di modifiche, non è affatto folle sostenere che le copie non sono uguali agli originali, anzi, è certo.

[…]

Zimisce85
@Colomba Ma esiste il “Diatessaron” giusto? Il tentativo di “fondere” i quattro vangeli in uno, poi respinto. Il suo autore scrive certamente negli anni 160-170 (vedi Wikipedia). Dunque, già nel 160 i Vangeli considerati importanti erano quei 4. Non è venuto in mente, a quell’autore siriano, di fare un collage di 3 o 5 vangeli. E neanche di prenderne uno diverso da quelli di Marco, Matteo, Luca e Giovanni.

Colomba
@Zimisce85 Il punto del discorso non è se esistevano 4 vangeli che formavano un canone, ma che i 4 dell’epoca non sono uguali ai 4 che abbiamo oggi. Anche il Muratoriano parla di 4 vangeli (anche se ne menziona solo due dei quattro, gli altri non si comprende se fossero i rimanenti due), ma è certo che i 4 che all’epoca venivano ritenuti “canonici” non sono uguali ai 4 che abbiamo oggi, per il semplice fatto che nel corso dei secoli i vangeli sono stati scritti, riscritti e stravolti, migliaia di volte. Dunque l’affermazione di Neutrone che dice: “quando un canone esiste, è difficile che possa venire stravolto” è smentita dagli studiosi stessi.

Posto anche a te il link che il sig. Neutrone rifiuta (per ovvi motivi), dove a spiegare come i vangeli sono arrivati a noi è uno dei più importanti biblisti e accademico del pianeta. https://youtu.be/qopVwCLRIXM Buona visione.

Zimisce85
@Colomba il problema di questa teoria è che abbiamo il testo del Diatessaron. Non nell’originale, ma in diverse traduzioni (ad esempio in armeno e in arabo). Quindi la sua tradizione si è staccata presto da quella dei testi in greco o in latino. Ma nonostante questo, gli studiosi possono riconoscere esattamente quale pezzo è stato preso da quale vangelo. Ciò significa che i testi originali non hanno subito variazioni sostanziali.
Questo è un indizio ma gli studiosi ne hanno molti altri. Alcune varianti del testo permettono di ricostruire l’albero genealogico del testo, e ce ne sono centinaia. Ma nessuna di queste altera l’insieme del testo. La maggioranza sono sciocchezze (ordine delle parole, espressioni equivalenti). Molto raramente c’è una discordanza di un’intera frase (forse in una decina di casi). Nulla che vada a inficiare il racconto o le dottrine contenute.

Colomba
@Zimisce85 “Quindi la sua tradizione si è staccata presto da quella dei testi in greco o in latino. Ma nonostante questo, gli studiosi possono riconoscere esattamente quale pezzo è stato preso da quale vangelo. Ciò significa che i testi originali non hanno subito variazioni sostanziali.”

Taziano combinò i quattro Vangeli canonici — il Vangelo secondo Matteo, il Vangelo secondo Marco, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Giovanni — in un’unica narrazione. Non ci è dato sapere in quale lingua fu composta l’opera, se in greco o in siriaco, non essendoci noto alcun frammento originale.

Ti prego di Leggere attentamente l’ultima parte: “Non ci è dato sapere in quale lingua fu composta l’opera, se in greco o in siriaco, “NON ESSENDOCI NOTO ALCUN FRAMMENTO ORIGINALE”.

Significa che non abbiamo nessuno spezzone del Diatessaron nella versione originale, dunque non è possibile stabilire attraverso le copie se riportasse le parole “originali” non essendoci nei i vangeli originali, a cui sovrapporlo, ne tanto meno il Diatessaron originale, dunque il confronto non può essere attendibile. Tra l’altro, il Diatessaron è una fusione dei 4 vangeli e il risultato della loro combinazione è inevitabilmente la creazione di un nuovo racconto, diverso dai quattro originali.

“Alcune varianti del testo permettono di ricostruire l’albero genealogico del testo”.

Non è affatto vero, Da Wikipedia: ” il Diatessaron risolve le contraddizioni tra i vangeli; per esempio, omette le differenti genealogie di Gesù contenute in Matteo e Luca.”

“OMETTE LE DIFFERENTI GENEALOGIE”, quindi non è che permette di ricostruire la genealogia, ma evita di menzionarle perchè le due presenti nei vangeli sono nettamente in contrasto.

Sottolineo che stiamo sempre parlando di un periodo che varia dal 160 al 175 d.c. 140 anni dopo la presunta crocifissione, quindi una eternità.

Prima della redazione dei vangeli esisteva la “tradizione orale”, cioè il racconto orale che veniva veicolato attraverso il passaparola, questo racconto circolò per circa 35/40 prima che venissero redatti i primi vangeli, ciò significa che già prima della redazione dei vangeli stessi il racconto era stato “inevitabilmente” modificato (succede ancora oggi di riportare un racconto diverso dall’originale), alla stesura dei vangeli si riportava la storia (racconto) già modificato. fra l’altro, come ho sottolineato sopra, non abbiamo i vangeli originali da comparare al Diatessaron (che ricordo non abbiamo l’originale), ma abbiamo copie di copie di copie, che comparati riportano una infinità di differenze, alcune insignificanti, ma altre fondanti. Questa è la dimostrazione certa che i vangeli sono stati rimaneggiati più e più volte, il che rende i testi “inaffidabili”.


Zimisce85
@Colomba
Sul Diatessaron, mi riferisco ai contenuti. Le parole sono state naturalmente adattate da una lingua all’altra, ma nessuno ha mai fatto notare che un certo racconto, una certa dichiarazione di Gesù manca (se non quelle in cui l’autore ha per esempio preso Luca sopra Matteo). Non ci sono dottrine “perdute” o discorso di Gesú aggiunti. Quindi agli scopi pratici quei vangeli erano gli stessi (prima che me lo fai notare manca un episodio, la pericope dell’adultera, che manca anche in alcuni codici greci). Questo è il mio punto. Non mi piace il tentativo di fare scadere l’intero insieme di testi per delle variazioni minime. Sono un insieme coerente dal momento della composizione ad oggi. Liberi di pensare che siano farneticazioni, ma sono stati sempre le stesso insieme di farneticazioni.
Nella seconda parte non ci siamo capiti. Quando parlavo di “genealogia” non intendevo la genealogia di Gesù ma la genealogia del testo. Quella cosa che fanno i filologi per capire quale manoscritto è stato copiato e da dove in base alle variazioni del testo.
E come dicevo, ce ne sono, ma del tutto ininfluenti. In alcuni manoscritti non c’è la pericope dell’adultera. Dove Gesù dice “certi demoni si possono scacciare solo con la preghiera” alcuni manoscritti aggiungono “…e con il digiuno”. Sono sottigliezze.
Se la conferenza che citi parte da queste cose per dire che i Vangeli sono stati modificati sostanzialmente, il suo autore è in malafede. Se vuoi cerco una conferenza che dica il contrario, ma non è una questione di audience. Il problema è chi ha le prove di quello che afferma. Chi ha davvero considerato tutti i dati e chi no. E la tesi ‘i Vangeli sono tardi e sono stati modificati sostanzialmente’ è assolutamente minoritaria tra gli studiosi.

Colomba
@Zimisce85 Forse non sono stata abbastanza chiara, vedo di esserlo.

La domanda è: Abbiamo i vangeli originali? Naturalmente no, abbiamo soltanto copie che nel tempo sono state, appunto, copiate e ricopiate. Oggi abbiamo circa 5700 copie in greco (la lingua con cui furono scritti i vangeli), di queste copie fanno parte anche i piccolissimi frammenti fino ad arrivare alle copie più complete del medioevo, il “frammento” più vecchio è di Giovanni, e risale al secondo II° d.c. di tutte queste copie non ce ne sono due uguali, dunque abbiamo la prova che durante le ricopiature il testo veniva cambiato involontariamente, perchè spesso chi ricopiava non era esperto, ed altre volte sono stati volutamente cambiati. Non sappiamo chi fossero i reali redattori dei vangeli, sono di autori “ignoti”, e questo è fondamentale, perchè se non sai che li ha scritti come fai a sapere che era ispirato o che raccontava la verità?

A parte la parte dell’adultera ci sono altri passi che nei secoli sono stati cambiati, per esempio la storia di Gesù ragazzo che rimane indietro e quando tornano per cercarlo Maria dice: “io e tuo padre (Giuseppe) ti stavamo cercando”, che poi fu cambiata con “noi ti stavamo cercando”, perchè Giuseppe non dovrebbe essere il padre di Gesù.

Un altro dove le donne incontrano Gesù che era risorto ed ebbero paura e “non raccontarono a nessuno ciò che avevano visto” (dunque non fu veicolato il messaggio di Gesù risorto) e successivamente furono aggiunti 15 versetti che invece cambiavano completamente il messaggio.

Poi la storia dell’adultera, ecc…ecc…Ce ne sono tanti esempi che cambiano completamente i testi.

Poi precisazione importante: Non esistono le parole di Gesù, visto che lui di suo pugno non scrisse mai nulla, ma furono riportate da qualcuno che aveva sentito da un altro che a sua volta l’aveva sentito da un altro ancora.

Dunque se non sappiamo quali fossero le parole originali dei vangeli, come facciamo a stabilire che il Diatessaron riporta le parole originali??? Altra cosa importante: Del Diatessaron non abbiamo nessun frammento originale, dunque non sappiamo cosa dicesse in origine, quindi come si fa a dire che il Diatessaron riportasse le parole originali dei vangeli se non esistono ne i vangeli ne il Diatessaron originali???

La conferenza che ti ho citato è tenuta da Bart Ehrman, accademico, biblista e filologo, specializzato in studi sul Gesù storico, storia delle origini del Cristianesimo, critica testuale del Nuovo Testamento e degli apocrifi neotestamentari.

Per cui più autorevole di lui mi pare impossibile. https://youtu.be/qopVwCLRIXM ti auguro buona visione.

Zimisce85
@Colomba
Capisco il tuo punto di vista, ma tutti questi cambiamenti sono marginali. Certo, conosco i problemi della trasmissione dei testi antichi, e quasi tutti sono d’accordo che i Vangeli sono più facili da ricostruire rispetto alle opere coeve. Ti cito una conferenza approfondita che arriva a conclusioni diverse dalle tue:
https://www.youtube.com/watch?v=zZ5cgQUJnrI

Colomba
@Zimisce85 I vangeli non sono assolutamente più facili da ricostruire, il problema è che nel corso dei secoli sono state operate delle manomissioni che hanno inevitabilmente alterato il racconto. E poi c’è sempre la questione della tradizione orale….

Zimisce85
@Colomba
È proprio quello che contesto. Come testi hanno probabilmente avuto un tempo di composizione. Per esempio, l’aggiunta che conclude il Vangelo di Marco può far parte del periodo di elaborazione. Ma poi sostengo che le generazioni successive li hanno trattati con immenso rispetto e che almeno dal II secolo sono gli stessi che abbiamo oggi e che le variazioni delle varie copie non toccano nulla di essenziale. E sostengo anche che questo non viene dalla mia personale preferenza, ma che lo dimostrano con sicurezza gli strumenti della filologia. Certo, la sicurezza che può dare la scienza filologica. Non è una dimostrazione matematica, ma, se la filologia ha un senso, i dati vanno in questa direzione. Posso sbagliarmi (non sono un filologo, ho dato credito ad alcune fonti, anche queste possono essere in errore), ma mi serviranno prove serie per cambiare opinione.
Quello che non mi piace in queste discussioni (non ce l’ho con te ma con un tipo di mentalità) è l’atteggiamento del tipo “se ti documentassi, se sapessi la verità che ci vogliono nascondere, capiresti che ho ragione io”. Credo che possiamo riconoscere che io e te abbiamo dati simili (magari entrambi ne abbiamo scoperti di nuovi nella discussione) ma siamo in disaccordo sulle conclusioni.

Colomba Napoletana 1950
@Zimisce85 Il punto è che del secondo secolo abbiamo solo un frammento grande come una carta di credito, non ci sono testi completi, dal quale non si può ricavare granchè, le copie intere iniziano dal medioevo in poi, e anche nei secoli successivi sono stati introdotte aggiunte o addirittura racconti interi, e questo dimostra di come nel tempo siano stati modificati, dunque dire che i nostri sono come quelli del secondo secolo è un errore gravissimo. Considera che la pericopia dell’adultera, che oggi è ritenuta come fondamentale, è stata introdotta verso l’anno mille, dunque più chiaro di cosi si muore.

Dici che la filologia dimostra quanto sostieni, ma è proprio un filologo a raccontare quanto scrivo, se vuoi saperne di più guarda il video e capirai.

Zimisce85
@Colomba
Capisco il tuo punto, ma non lo condivido, e a ragion veduta. Sono anche convinto che la maggioranza dei filologi che si occupano di queste cose siano giunti a conclusioni opposte a quello del tuo video.
Sulla pericope dell’adultera, addirittura l’anno mille! Già su Wikipedia, trovi che è inserita nei vangeli dal IV secolo, e vi si fa riferimento nel III. È un episodio, probabilmente trasmesso fino ad allora nella tradizione orale, ma è appunto l’unico di una certa dimensione che effettivamente sembra mancare in una parte dei codici. E non contiene alcuna dottrina teologica che qualcuno avrebbe avuto interesse ad modificare/inserire.
Dal II secolo abbiamo pochi frammenti, verissimo. Non mi devi convincere su nuovi dati. Mi devi convincere su quello che vuoi fare derivare da quei dati. La mia interpretazione è: quei pochi frammenti dicono tutti le stesse cose contenute nei testi canonici dei Vangeli. Sono identici o le variazioni sono ininfluenti. Quindi per induzione dico che, con grande probabilità, l’intero testo nel II secolo era elaborato e tramandato così come lo abbiamo. E ti porto il Diatessaron come indizio a favore.
Un altro indizio è un argomento ad absentia: nel testo canonico che abbiamo dal IV secolo, nessuno ha individuato un solo anacronismo. Cioè un riferimento involontario a un fatto che non sia del I secolo, una parola entrata nell’uso più tardi, nel II o III o tantomeno nell’alto medioevo. Se si trovasse, avresti un argomento. Nei vangeli apocrifi ce ne sono, infatti si datano nel II, III o IV secolo.
Ma a te questa mia deduzione non va bene. Tu dici: siccome non abbiamo un testo completo del I o II secolo, assumiamo che il testo originale fosse tutto diverso, che un gruppo di malintenzionati ha riscritto i vangeli come pareva a loro. Non si è trovato neanche un frammento con un testo significativamente diverso. Uno in cui Gesù dice di essere un semplice profeta, uno in cui non risorge, uno in cui ha fatto cambio con un altro nella Crocifissione. O uno in cui nomina capo della Chiesa Giovanni, o uno in cui dice di fare la guerra ai Romani.
Ma per te deve essere così. Non abbiamo nulla di concreto che porti a questo, ma ad alcuni piace pensarla così. Giudica tu qual è l’ipotesi più stiracchiata.

Colomba
@Zimisce85 Dai pochi frammenti non puoi risalire a nessuna verità. Abbiamo la prova provata che i vangeli furono manomessi e non sappiamo cosa dicessero i vangeli originali. Tu ti basi sui testi del secondo secolo, il punto però è che, per esempio il Diatessaron fu scritto 150 dopo gli eventi e non è neanche un libro che riporta i vangeli, ma ne fa un miscuglio inventando una storia differente dai vangeli stessi, dunque come si fa dire che abbiamo come riferimento il Diatessaron?? senza considerare che prima dei vangeli esisteva la “tradizione orale”, cioè il racconto che circolò 35/40 anni, la quale, come riportano gli studiosi, subi inevitabilmente dei cambiamenti, che fece nascere decine di comunità cristiane con idee sul Messia differenti uno dall’altro.

E poi c’è la storia, che ci racconta il contesto giudaico dell’epoca e le tradizioni ebraiche, che ci spiegano cosa fosse per i giudei il Messia nel I° secolo…..

“Tu dici: siccome non abbiamo un testo completo del I o II secolo, assumiamo che il testo originale fosse tutto diverso, che un gruppo di malintenzionati ha riscritto i vangeli come pareva a loro. Non si è trovato neanche un frammento con un testo significativamente diverso.”

Non sono io a sostenerlo, sono i filologi.

Zimisce85
@Colomba
Alcuni filologi.
E non ho capito qual è la prova provata.

Colomba

@Zimisce85 Non alcuni filologi, ma il mondo accademico, nella gran parte, sostiene quanto dico. La prova provata sono le innumerevoli copie di vangeli (5700 circa), tutte diverse l’una dall’altra (sottolineo, per molti aspetti differenze minime, ma per altre….).

Zimisce85
@Colomba
Dovremmo fare un sondaggio nel “mondo accademico”.
Ma, soprattutto, dobbiamo distinguere: che ci siano variazioni sono tutti d’accordo. Essendo un testo molto diffuso è assolutamente normale.
Che ci siano variazioni significative, tanto da rendere i testi inaffidabili, lo sostengono in pochi, che fanno molte conferenze, ma senza portare prove definitive.
Portare il dato “migliaia di variazioni” come prova della tesi “il testo è manomesso” è un’artefazione. Se uno sa qualcosa di filologia sa che le variazioni sono inevitabili.
Quindi sì, tutto il mondo accademico accetta le tue premesse; solo una minoranza di esso sottoscriverebbe le tue conslusioni. Cercare di far passare le due cose (premesse condivisibili e conclusioni stiracchiate) come un tutt’uno è una scelta che alcuni fanno, eticamenti discutibile.

Zimisce85
@Colomba
Facciamo un parallelo. La forma “finale”, fissata per iscritto, dell’Iiade è dei tempi di Pisistrato (ci fidiamo delle fonti perché i manoscritti più antichi che abbiamo sono medievali bizantini).
Quindi, edizioni di Pisistrato (ed edizioni leggermente diverse in altre città): V secolo a.C.
Ora, metti che trovassimo inciso su un pezzo di ceramica o scritto su papiro 4/5 versi indisputabilmente dell’Iiade, datati al VII secolo a.C. o addirittura alla fine dell’ VIII. Un frammento della dimensione di una cartolina. Subito gli studiosi farebbero un ragionamento induttivo dicendo: “ecco una prova che il testo dell’Iliade era già quello che conosciamo a fine ottavo secolo”. Non penso che nessuno insisterebbe a dire “no, un frammento è troppo poco, tutto il testo può essere diverso, anzi lo era sicuramente, perché sappiamo esistevano diverse edizioni”. Però per i testi evangelici tanti vogliono fare questo discorso, perché piace pensare che i cristiani di seconda/terza/quarta generazione o i loro orribili capi, abbiano tradito i cristiani di prima generazione che quei testi li hanno elaborati.

Colomba
@Zimisce85 Non ha senso fare questo tipo di ragionamento, se si verificasse, come si è verificato, di trovare un frammento come una carta di credito (Giovanni, risalente al tardo secondo secolo), si può desumere con assoluta certezza che comparando il frammento più antico con i vangeli odierni essi riportano la stessa cosa, ma da li a dire che “allora i vangeli che abbiamo sono uguali a quelli più antichi” (che non abbiamo visto che abbiamo un piccolissimo frammento) è follia pura, capisci??

Non è che i cristiani delle generazioni successive hanno tradito quelli delle origini, è lampante e pacifico che i vangeli sono una elaborazione di storie riportate nel vecchio testamento, che furono reinterpretate ed elaborate, e della elaborazione del Messia degli ebrei che fu fatto diventare figlio di Dio. bisogna conoscere anche le culture dove sono successi i fatti.

Zimisce85
@Colomba Napoletana 1950

Il parallelo aiuta a capire se sull’argomento siamo obiettivi o se siamo innamorati della nostra interpretazione. Allora scambiare la situazione con una paragonabile verso cui non abbiamo legami emotivi aiuta.
Non dico che i frammenti siano una prova certa e matematica (che in storia non esiste), ma sono un prova nel senso di una probabilità. L’onere di smentirla ricade su chi sostiene la tesi dei “Vangeli come elaborazione tarda basata sull’Antico Testamento e sulle aspettative degli Ebrei”.
Uno studioso è libero di considerare quei frammenti una prova insufficiente, di fare una propria ipotesi a partire da questo, ma non si può sostenere come “evidente” una propria elucubrazione (non tua ma di alcuni studiosi a cui dai credito) che ha prove ancora minori. Cioè zero prove.
Se vuoi, da oggi mi metto a sostenere su internet che nell’Iliade originale di Omero (o di quei poeti che hanno creato quell’insieme di canti), non si parlava dell’ira di Achille. Perché a me sembra logico così. Perché in quel contesto storico la città più forte era Micene e ho deciso che il protagonista deve essere Agamennone. E solo più tardi hanno deciso di cambiare la storia. E non puoi dimostrare che non è così, perché i canti dell’Iliade sono stati modificati nei secoli. Non importa se ci sono citazioni dell’Iliade nelle opere di Platone. Ci sono molti altri canti che non sono citati e certamente in quelli si raccontava tutta un’altra storia. È ovvio che è così perché a me sembra così. È lampante.

Colomba
@Zimisce85 “Non dico che i frammenti siano una prova certa e matematica (che in storia non esiste), ma sono un prova nel senso di una probabilità. L’onere di smentirla ricade su chi sostiene la tesi dei “Vangeli come elaborazione tarda basata sull’Antico Testamento e sulle aspettative degli Ebrei”.

Cos’era per gli ebrei e dunque nel vecchio testamento il Messia ebraico???

Un re il legittimo governatore della giudea che avrebbe dovuto liberare Israele dagli oppressori (babilonesi prima e romani dopo), questa è storia documentata. Dunque da dove nasce l’idea del Messia figlio di Dio, visto che gli ebrei nel vecchio testamento dissero altro??? Dalle elaborazioni successive, e questa è già una prova.

Hanno mai parlato gli ebrei de Messia nei termini con cui ne parlarono secoli dopo i cristiani?? No, e questa è un altra prova.

Esiste alcun riferimento al Gesù dei vangeli nel vecchio testamento?? No!!

Esistono ribellioni di angeli nel vecchio testamento? No!!

Il satana del vecchio testamento è il Diavolo neotestamentario? No!!

Gli ebrei veterotestamentari hanno mai parlato di paradisi o inferno? No!!

Il serpente è mai stato associato a satana o al diavolo dagli ebrei? No!!

Esiste il peccato originale nella bibbia ebraica? No!!

Tolte tutte queste elaborazioni, cosa rimane del figlio di Dio venuto a salvare il mondo??

Se non sono una prova queste, cosa vorresti di più?

Questo è lo sviluppo ultimo del discorso. Aprirne 10 altri. Voi come continuereste?

Su uguaglianza e libertà

«Come osservò Tocqueville, la libertà è un ideale intermittente, l’uguaglianza invece è una necessità che si ripresenta continuamente, come la fame».

Dovrei approfondire di più il pensiero di Tocqueville, ma qui vorrei partire dalla citazione che ne fa Luciano Canfora, che ama ricordare in diversi suoi interventi.

Ho infatti avuto una fase “canforiana” nella mia frequentazione di Youtube. Ho cercato il professor Canfora, ho ascoltato ogni sua conferenza disponibile, anche mentre cucinavo, lavavo i piatti, spazzavo…

La sua erudizione, la capacità di spaziare dall’antichità alla storia recente, offrono sempre spunti di riflessione. Alla lunga però diventa pesante, almeno per la mia sensibilità, l’impostazione di fondo del suo pensiero, decisamente e inappellabilmente sposata al marxismo. Canfora è un comunista impenitente, e non ha mai nascosto di esserlo.

La tesi qui espressa è che il desiderio di uguaglianza è una sorta di necessità primaria della storia umana, mentre la libertà è un desiderio che compare di tanto in tanto.

Ma è davvero così? Per quanto mi dispiaccia andare contro l’autorità di Tocqueville (e in parte, di Canfora), credo che il concetto vada discusso. Quello che abbiamo qui è un derby tutto interno al motto della rivoluzione francese. Liberté contro egalité.

Non c’è da stupirsi che il marxista interiore che vive nel professor Canfora parteggi in fondo per l’uguaglianza sopra la libertà. La libertà evoca troppo da vicino il desiderio del capitalista di emergere e farsi più ricco degli altri (e di avere la libertà di farlo). Ma non si può accettare di fare del desiderio di uguaglianza una sorta di principio antropologico.

Quando cerchiamo di trarre dalla storia umana dei giudizi sulla società umana, e dalla società di farci un’idea dell’animo umano, ecco che i dati ci parlano diversamente.

Se la libertà è un desiderio intermittente, lo è anche l’uguaglianza. Può manifestarsi particolarmente quando ci sono effettivamente disparità sociali eccessive. Ma gli uomini sono pronti a dimenticarsene non appena dall’uguaglianza hanno qualcosa da perdere. Stranamente, quelli che hanno conquistato l’uguaglianza tendono a diventare “più uguali degli altri”, come ci insegna Orwell o come ci avevano già insegnato gli “Uguali” (Ὅμοιοι) dell’antica Sparta.

Allora possiamo vedere la cosa cinicamente: gli uomini desiderano l’uguaglianza quando hanno da guadagnarci e la disprezzano quando hanno qualcosa da perderci; e lo stesso si può dire della libertà. Sono per l’uguaglianza quelli che non credono di poter emergere, e per la libertà quelli che sono convinti di poter emergere. Solo che questo è il ragionamente basato sull’ideale del profitto, che certo non fa piacere a tutti i simpatizzanti del marxismo.

Oppure, per uscire dalla dicotomia, possiamo dar credito ad una visione del mondo superata e oscurantista come quella cristiana. Allora potremmo dire che nell’uomo c’è sia un innato senso di giustizia (una fantomatica “legge morale”), sia un istinto alla sopraffazione e al dominio (una cosiddetta “inclinazione al male”).

Quindi potremmo reinterpretare la situazione in questo modo: quando c’è un grosso squilibrio sociale, di mezzi o di opportunità, quello che viene offeso è il senso di giustizia che esiste in ogni uomo. E questo è buono e autentico, e giustamente molti uomini hanno combattuto per questo.

I plebei fecero una lotta eroica contro i patrizi nella Roma arcaica per avere parità di diritti e persino dei rappresentanti speciali come garanzia verso la loro situazione svantaggiata.

Ma per l’uomo è anche facile autoingannarsi, di modo che che le ingiustizie di cui io sono vittima (come parte parte di un gruppo svantaggiato), bruciano terribilmente. Se la società cambia e riesco a guadagnare una posizione più alta improvvisamente tenderò a dimenticare quelli che un tempo erano i miei pari, anzi farò di tutto per differenziarmi da loro.

Nella Roma repubblicana, le famiglie plebee che raggiunsero ricchezza e potere politico cominciarono a considerarsi un gruppo unico con i patrizi, con cui sedevano in Senato e di cui sposavano le figlie. Ad un certo punto, si introdusse il termine nobilitas ad indicare questa classe dirigente formata da nobili famiglie patrizie e nobili famiglie plebee. Loro sì che si distribuivano equamente le risorse (anche umane), e gli onori, le cariche, i trionfi.

Finchè uno non ha deciso che le sue personali qualità avrebbero dovuto garantirgli la libertà di mettersi al di sopra del resto della nobilitas. E quell’uno trovò appoggio nelle masse escluse dal potere, che in lui videro il vendicatore delle ingiustizie subite.

La visione del mondo cristiana, a voler vedere, non solo rende ragione dei dati storici, ma ci mette anche in guardia, perché ci avverte con molta enfasi del rischio di avere una coscienza a intermittenza. Rischio contro cui rivoluzionari e capipopolo di ogni epoca evidentemente non erano ben preparati.

Astronauti alla ricerca di Dio (e Shakespeare)

Ho già lodato qui il canale di Youtube che offre testi di C. S. Lewis trasformati in doodle video.  Potrei raccomandarne molti, ma questo è più che raccomandabile, quasi mi piange il cuore all’idea che sia così poco conosciuto. Così, essendo anche tra quelli inediti (o quasi) in lingua italiana, voglio fare il piccolo sforzo di tradurlo per chiunque non non si trovi a proprio agio o con la lingua inglese o con la modalità di videoanimazione.

Preparatevi ad una sensazione di spazi infiniti che si aprono nella vostra mente, perché parliamo di spazio. O almeno da lì si parte, per arrivare stranamente al Globe di Shakespeare, toccando anche Dante Alighieri.

Cominciamo con un po’ di contesto storico (le informazioni sono nel video stesso).

È il 1961, e i sovietici sono in netto vantaggio nella corsa allo spazio: hanno appena mandato il primo uomo in orbita. L’impresa ha un clamore immenso. I sovietici non perdono occasione per mettere in bella posa la loro visione del mondo. Gagarin nello spazio, dicono, non ha trovato traccia di Dio. Una rivista di New York ha l’idea di chiedere un commento al professor Lewis sull’imminente “Era Spaziale”. Lewis commenta a modo suo.

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Property of CSLewisDoodle

I russi, mi dicono, dichiarano di non aver trovato Dio nello spazio esterno.

D’altro canto, gente di varie epoche e varie nazioni ha preteso di aver trovato Dio, o di essere stata trovata da Dio, qui sulla Terra.

La conclusione che alcuni vogliono farci trarre da questi dati è che Dio non esiste. Come corollario, quelli che pensano di averLO incontrato sulla Terra, devono essere degli illusi. Ma ci sono altre conclusioni che si possono trarre.

1) Non siamo ancora andati abbastanza lontano nello spazio. Ci sono state navi nell’Atlantico abbastanza a lungo prima che scoprissero l’America.

2) Dio esiste, ma è confinato spazialmente a questo pianeta.

3) I russi hanno trovato Dio nello Spazio senza saperlo, perché mancavano della strumentazione adatta a rilevarNe la presenza.

4) Dio esiste, ma non è un’oggetto localizzato in una porzione particolare di spazio e neppure disperso nello lo spazio, come un tempo si pensava dell’etere.

Le prime due conclusioni non mi interessano. Il tipo di religione per cui potrebbero essere usate come difesa sarebbe una religione da selvaggi: la credenza in una divinità locale che può essere contenuta in un particolare tempio o isola o grotta.

Difatti, questo sembra il tipo di religione verso la quale i Russi, o parte dei Russi (e molti anche in Occidente) sono irreligiosi. Non è minimamente preoccupante che nessun astronauta abbia mai trovato un Dio di questo tipo. Piuttosto sarebbe preoccupante se lo avesse trovato.

La terza e la quarta conclusione sono quelle su cui mi sentirei di scommettere.

Cercare Dio, o il Paradiso, esplorando lo spazio è come leggere o assistere ai vari drammi di Shakespeare sperando di trovare Shakespeare tra i personaggi, o Stratford tra le ambientazioni. Shakespeare è in un certo senso presente in ogni momento in ogni dramma, ma non è certo presente nello stesso modo di Falstaff o Lady Macbeth – e non è neppure diffuso attraverso il dramma come un gas.

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Se ci fosse un idiota che pensasse che tutti i drammi esistano in se stessi senza un autore, la nostra credenza in Shakespeare non sarebbe messa granchè in discussione dal suo affermare, con sincerità, di aver studiato tutti drammi e di non aver mai trovato Shakespeare al loro interno. Il resto di noi, a vari livelli e secondo la sensibilità di ognuno, avrà effettivamente trovato Shakespeare in quei drammi. Ma è un tipo di ‘ritrovamento’ completamente differente da quello che il nostro amico può avere in mente. Persino lui è stato in qualche modo toccato da Shakespeare, senza saperlo. Manca della strumentazione necessaria per individuare Shakespeare.

Certamente si tratta solo di un’analogia. Non sto affatto suggerendo che l’esistenza di Dio è dimostrabile così facilmente come l’esistenza di Shakespeare. Il punto è che, se Dio esiste, allora è in relazione con l’universo più nel modo in cui un autore teatrale è in relazione con il suo dramma, che nel modo in cui un oggetto dell’universo è in relazione con un altro. Se Dio ha creato l’Universo, ha creato anche lo spazio-tempo, che è per l’Universo quello che il metro è per una poesia, o la chiave musicale per una melodia. Non ha senso cercarlLo come un oggetto nella struttura che ha inventato Lui stesso.

Se Dio esiste (un Dio come quello in cui crede ogni religione adulta) un mero movimento nello spazio non potrà mai portarti più vicino a Lui o più lontano da Lui di quanto tu non sia già in questo stesso momento. Non puoi nè raggiungerlo nè evitarlo viaggiando fino ad Alpha Centauri o persino in altre galassie. Un pesce non è nè più nè meno “nel mare” dopo aver nuotato mille miglia di quanto non lo fosse quando è partito.

“E allora”, ci si potrebbe chiedere, “come possiamo raggiungerLo o eluderLO?”. L’elusione, in molti tempi e molti luoghi, è stata trovata così difficoltosa che la gran parte della razza umana ha fallito nel conseguirla. Ma nel nostro tempo e luogo è estremamente facile: evita il silenzio, evita la solitudine, evita ogni ragionamento che si discosti dalle abitudini; concentrati su denaro, sesso, prestigio, salute e soprattutto sui tuoi risentimenti. Tieni la radio accesa, vivi nella folla, usa dosi abbondanti di anestetici. Se devi leggere libri, selezionali attentamente, ma sarai più tranquillo limitandoti ai giornali.

Riguardo al raggiungerLo sono molto meno affidabile come guida. Questo perché non ho mai avuto l’esperienza di “essere in cerca di Dio”. È stato il contrario. Lui era il cacciatore e io ero il cervo, o così mi sembrava allora. Mi ha braccato come un pellerossa, ha preso la mira e ha sparato. Ma sono molto grato che il mio primo incontro consapevole sia avvenuto così. In questo modo si è protetti dalla paura a posteriori che tutto sia stato una desiderio illusorio. Difficilmente una cosa che uno non ha mai desiderato può esserlo.

Però è significativo che questo incontro a lungo evitato sia avvenuto in un tempo in cui stavo facendo seri sforzi per seguire la mia coscienza. Senza dubbio era un sforzo molto meno serio di quanto allora pensassi, ma era il più serio che avessi mai fatto da lungo tempo. Uno dei primi risultati di uno sforzo di questo genere è quello di ridurre la tua idea di te stesso a qualcosa di più vicino alle dimensioni reali; così che cominci presto a chiederti se sei ancora davvero una persona, nel senso pieno del termine. Se hai ancora il diritto di definire te stesso “Io”. È un nome sacro. Da questo punto di vista, il processo è simile a quello di essere psicoanalizzato, solo più economico – in dollari, voglio dire. Sotto altri aspetti può essere più costoso: scoprirai che ciò che tu definisci “te stesso” è solo una sottile pellicola sulla superficie di un mare incerto e pericoloso. Però, non solo pericoloso. Cose meravigliose, delizie ed ispirazioni vengono in superficie – insieme a ringhii rancorosi e bramosie assillanti.

Il “Sè” di tutti i giorni allora non è che una mera facciata. C’è una ampia area inespolarata dietro di essa. E poi, a dar retta ai fisici, si scopre che lo stesso vale per tutte le cose che ci circondano. Questi tavoli, le sedie, questa rivista, gli alberi, le nuvole e le montagne, sono facciate. Punzecchiale (scientificamente) e vi troverai la struttura inimmaginabile dell’atomo. Il che significa, alla lunga, che troverai formule matematiche. Ci sei quindi tu, qualsiasi cosa “Tu” significhi, seduto che leggi. Al di fuori, qualsiasi cosa “Fuori” significhi, c’è una pagina bianca con segni neri su di essa. Ed entrambi sono delle facciate. Al di sotto di entrambi si trova… be’, qualunque cosa sia.

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Psicologi e teologi, pur usando simboli differenti, comunque hanno usato dei simboli quando hanno cercato di saggiare le profondità al di sotto della facciata chiamata “tu”. Cioè, non possono davvero dire “è questo”, ma possono dire “è in qualche modo simile a questo”. E i fisici, cercando di saggiare al di là di quell’altra facciata, possono darti solo segni matematici. E i segni matematici possono dirci cose vere riguardo alla realtà, ma difficilmente possono essere la realtà stessa. Non più di quanto i profili delle montagne siano le montagne stesse.

Non sto minimamente incolpando nessuno dei due gruppi di esperti per questo “stato dell’arte”. Fanno dei progressi, scoprono cose nuove in continuazione. Il punto comunque, è che ogni nuova scoperta invece di dissipare il mistero, lo infittisce.

Così, se sei un certo tipo di persona, uno di quelli che pensano che ogni cosa che esiste deve avere un’unità di fondo, ti sembrerà irresistibilmente probabile che la Cosa che si nasconde dietro la prima facciata, si nasconda anche dietro la seconda. E allora, sempre se sei quel tipo di persona, puoi arrivare a convincerti che il tuo contatto con quel mistero nell’area che tu chiami “Te stesso”, è decisamente più stretto del contatto mediato da quella che tu chiami “Materia”. Perché nel primo caso l’ “Io”, il semplice occhio della coscienza, ha una continuità con quelle profondità sconosciute. Dopo di che, puoi arrivare a credere, come alcuni fanno, che la voce della tua coscienza (come nel resto del discorso devo esprimermi per simboli) quella che parla in alcune delle tue gioie più intense, mentre a volte resta ostinatamente in silenzio e a volte viene messa facilmente a tacere, e tuttavia altre volte ancora è così forte ed enfatica – puoi arrivare a credere che quella voce sia proprio il contatto più stretto che hai con il Mistero. E di consequenza debba essere creduta, obbedita, temuta e desiderata sopra ogni cosa. Ma d’altra parte, se sei un tipo diverso di persona, non giungerai a questa conlusione.

Spero che ognuno riesca a vedere come tutto ciò sia collegato alla questione astronautica da cui siamo partiti. Il processo che ho cercato di abbozzare, può avvenire, o non avvenire, ovunque tu possa trovarti. I viaggi spaziali non hanno davvero nulla a che vedere con questo. Per alcuni, Dio può essere scoperto in ogni luogo; per altri, in nessun luogo. Quelli che non lo trovano qui sulla Terra, è improbabile che lo trovino nello spazio. Ma prova a mandare un santo su una navicella spaziale, e lui troverà Dio nello spazio come lo ha trovato sulla Terra. Dipende molto dall’occhio che quarda. E questo è confermato in modo particolare dalla mia religione, il Cristianesimo.

Quando ho detto poco fa che non ha senso cercare Dio come un oggetto nella sua propria opera, l’Universo, qualche lettore avrà voluto protestare. Avrà voluto dire: “Ma invece, secondo il Cristianesimo, questo è proprio quello che è effettivamente accaduto! Di certo la dottrina centrale e proprio quella che Dio si è fatto uomo e ha camminato in mezzo ad altri uomini in Palestina. Se questo non è ‘apparire come oggetto nella propria opera’, cos’altro lo è?”

L’obiezione va dritta al punto. Per accoglierla, devo rimodulare la mia precedente analogia del dramma teatrale. Si può immaginare un dramma in cui il drammaturgo presenta se stesso come un personaggio nella sua stessa opera, e viene buttato giù dal palco dagli altri personaggi come un provocatore impudente.

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Potrebbe essere un dramma di qualità. Se avessi qualche talento per il teatro, proverei a scriverlo. Ma dato che, per quanto ne so, un dramma del genere non esiste, sarà meglio provare con un’opera di narrativa. Un racconto in cui l’autore inserisce se stesso tra i personaggi.

Abbiamo un esempio reale di questo nella Divina Commedia di Dante. Dante è: 1) la Musa esterna al poema che inventa ogni cosa e,  2) un personaggio del poema che gli altri personaggi incontrano e con cui tengono conversazione. Il punto su cui l’analogia si rompe è che ogni cosa contenuta nel poema è soltanto immaginaria, e i personaggi in esso non hano libero arbitrio. Questi personaggi possono dire a Dante solo ciò che Dante-poeta ha deciso di mettergli in bocca. Non credo che noi umani ci relazioniamo con Dio in questa maniera. Credo che Dio possa creare soggetti che non solo sembrano avere una vita parzialmente indipendente, come i personaggi dei poeti e dei romanzieri, ma ce l’hanno davvero. Però l’analogia ci fornisce un visione abbozzata dell’Incarnazione sotto due aspetti: 1) Dante-poeta e dante-personaggio sono in un certo senso “uno” ma in un altro senso “due”. Una flebile e distante suggestione di ciò che i teologi intendono come unità delle due nature, Divina e umana, in Cristo. 2) Le altre persone nel poema incontrano, vedono e ascoltano Dante ma non hanno il minimo sospetto che lui stia creando l’intero mondo in cui esistono e abbia una sua propria vita al di fuori di esso, indipendente da esso.

Il secondo punto è il più rilevante, perché il racconto cristiano è che Cristo fu percepito come Dio da davvero pochissime persone; forse per un certo tempo solo da San Pietro, che avrebbe anche potuto, per la stessa ragione, trovare Dio nello spazio. Perché Cristo disse a Pietro: “Non carne e sangue te lo hanno rivelato”. I metodi della scienza non rilevano fatti di questo genere.

 

 

 

 

Un argomento di pressante attualità: l’ideale cavalleresco secondo C. S. Lewis

Capita a volte di incontrare un vecchio amico che credi ormai non possa più stupirti, e invece ricevere da lui una folgorante intuizione ad illuminarti la giornata. Capita soprattutto con amici abbastanza geniali come C. S. Lewis.

Mi sono imbattuto in questo suo breve saggio pubblicato nel 1940. Curiosamente, mi ci sono imbattuto sottoforma di doodle, grazie ad un canale Youtube tutto dedicato a trasformare saggi di Lewis in disegni animati (https://www.youtube.com/user/CSLewisDoodle). Siccome credo che tale lodevole iniziativa meriti maggiore visibilità, e siccome questo saggio pare che non sia stato ancora tradotto in italiano, provo ora a rimediare.

Prima però un po’ di contesto storico. Dicevo che il saggio è del 1940: non proprio un anno tranquillo per gli inglesi. Per la precisione fu pubblicato il 17 agosto, nel bel mezzo della battaglia di Inghilterra. Tre giorni dopo il cosidetto “Aglertag” in cui i nazisti iniziarono l’offensiva su vasta scala che doveva annichilire la Royal Air Force. E cinque giorni prima che Churchill pronunciasse un famoso discorso “Never was so much owed by so many to so few” per commemorare gli oltre 500 piloti morti in pochi giorni. La RAF fu in effetti vicina ad essere annientata, ma l’attacco fu respinto.

C’è qualcosa che di folle nel mettersi a riflettere sulla cavalleria medievale in un frangente come quello. Una follia simile a quella dell’amico Tolkien che in quegli stessi anni buttava giù “il Signore degli Anelli”. Qualcuno potrebbe facilmente interpretare la cosa dicendo che questi filologi si rifugiavano nel mondo della letteratura per fuggire all’ansia del tempo presente. Ma qualcun’altro potrebbe argomentare che la crisi esistenziale di quegli anni richiedeva proprio che qualcuno tornasse alle radici e spiegasse agli uomini che cosa significa essere uomini. In questo senso, questi scrittori hanno compiuto il loro dovere di  recuperando il ruolo che il bardo o l’aedo aveva nelle società tradizionali: essere la voce e la coscienza della comunità di fronte alle sfide che la minacciano. Sentiamo quindi cosa ha da dirci Lewis.

La parola “cavalleria” ha definito in tempi diversi molte cose diverse. Da “truppe pesanti a cavallo” a “cedere in treno il posto ad una donna”. Ma se vogliamo comprendere la cavalleria come un ideale distinto da altri ideali, se vogliamo isolare quella particolare concezione di “uomo come si deve”, che è stato il contributo particolare del Medioevo alla nostra cultura, non possiamo fare niente di meglio che guardare alle parole indirizzate al più grande di tutti i cavalieri di fantasia, nell’opera di Mallory “la Morte di Artù”.

Tu fosti l’uomo più mite“, dice ser Ettore al defunto Lancillotto, “che mai sedette a convito con le dame; e fosti, contro il tuo nemico mortale, il più fiero cavaliere che mai mise la lancia in resta.”

La cosa importante in questo ideale è naturalmente il doppio appello che rivolge alla natura umana. Il cavaliere è un uomo di sangue e acciaio, un uomo avvezzo a teste spaccate e a monconi di arti mozzati. È anche contegnoso, una presenza quasi femminile, in un salone da convito: un uomo gentile, modesto, non appariscente. Non è un compromesso o un giusto mezzo tra efferatezza e mitezza: è feroce fino in fondo e mite fino in fondo. Quando una volta Lancilloto fu nominato “il più grande cavaliere del mondo”, pianse come un bambino che le ha prese.

Qual è, potreste chiedere, la rilevanza di questo ideale nel mondo moderno? È terribilmente rilevante. Puo essere o non essere praticabile (notoriamente il Medioevo falliva nell’attenervisi), ma è certamente pratico. Pratico come il fatto che gli uomini nel deserto devono trovare l’acqua o morire.

Mettiamo in chiaro che tale ideale è un paradosso. Alla maggior parte di noi, essendo stati cresciuti tra le rovine della tradizione cavalleresca, è stato insegnato in gioventù che un bullo è sempre un codardo. La prima settimana di scuola ha smentito questa bugia, insieme con il suo corollario, che un uomo davvero coraggioso è sempre gentile. È una bugia deleteria, perché ignora la vera novità ed originalità dell’appello medievale alla natura umana. O ancora, rappresenta come un fatto naturale qualcosa che in realtà è un ideale umano, mai pienamente conseguito, e non conseguito affatto senza un’ardua disciplina. È rifiutato dalla storia e dall’esperienza.

L’Achille omerico non sa nulla di appelli per cui il coraggioso dovrebbe anche essere modesto e misericordioso. Uccide uomini mentre invocano tregua, o li prende prigionieri per ucciderli a suo piacimento. Gli eroi delle saghe nordiche non conoscono nulla del genere: sono tanto “feroci per colpire” quanto “ostili a pazientare“. Attila aveva “l’usanza di roteare gli occhi ferocemente, come se volesse godere del terrore che inspirava“. Persino i Romani, quando nemici valorosi cadevano nelle loro mani, li conducevano per le strade come spettacolo, e tagliavano loro la gola in cella quando lo spettacolo era finito.

A scuola abbiamo scoperto che l’eroe dei campi da gioco può facilmente essere un bullo rumoroso, arrogante e prepotente. Nell’ultima guerra, abbiamo spesso scoperto come un uomo che era inestimabile in un attacco, era anche un uomo al quale in tempo di pace era difficile trovare un posto, se non nella prigione di Dartmoor. Questo è l’eroismo di natura, eroismo al di fuori della tradizione cavalleresca.

L’ideale medievale metteva insieme due cose che non hanno alcuna tendenza naturale a gravitare l’una verso l’altra: le metteva insieme proprio per questo motivo. Insegnava umiltà e sopportazione al grande guerriero perché ognuno sapeva per esperienza quanto di solito avesse bisogno di una tale lezione. Richiedeva eroismo all’uomo nrbano e modesto perché tutti sapevano che c’èrano buone probabilità che fosse un pezzo di pane.

Facendo così, il Medioevo definiva l’unica speranza per il mondo. Può essere possibile o no produrre a migliaia uomini che combinino i due tratti del personaggio di Lancillotto. Ma se non è possibile, allora ogni discorso su qualsiasi felicità durevole o dignità nella società umana è pura illusione.

Se non possiamo produrre dei Lancillotto, l’umanità ricade in due categorie: quelli che possono armeggiare con il sangue e col ferro ma non sanno essere “miti nel convito” e quelli che sono “miti nel convito”, ma inutili in battaglia. Della terza classe, quelli che sono brutali in tempo di pace e codardi in battaglia non c’è bisogno di discutere qui.

Quando accade questa dissociazione delle tue metà di Lancillotto, la storia diventa un affare orribilmente semplice. La storia antica del Vicino Oriente è in questo modo: barbari induriti calano dagli altipiani e cancellano una civiltà. Poi diventano loro stessi civilizzati e si ammorbidiscono. Allora arriva una nuova ondata di barbari e li cancella. E il ciclo ricomincia. I mezzi moderni non cambieranno questo ciclo; permettaranno solo che la stessa cosa accada su una scala più vasta. Infatti, non molto altro può accadere  se i “fieri” e i “miti” ricadono in due classi mutualmente esclusive. E non si dimentichi che questa è la loro condizione naturale. L’uomo che combina entrambi i caratteri – il cavaliere – è un prodotto non della natura, ma dell’arte. Di quell’arte che impiega esseri umani invece che tela o marmo, come materiale.

Nel mondo d’oggi c’è una tradizione “liberale” o “illuminata” che considera il lato combattivo della natura umana come un male, puro e atavico, e identifica il sentimento cavalleresco come parte della “falsa fascinazione” della guerra. E c’è anche una tradizione neo-eroica che individua nel sentimento cavalleresco un debole sentimentalismo; che vorrebbe richiamare dalla tomba (una tomba inquieta e poco profonda!) la ferocia pre-cristiana di Achille per mezzo di una “evocazione moderna”. Già nel nostro Kipling, le qualità eroiche dei suoi subalterni preferiti sono pericolosamente allontanate da mitezza e urbanità [1].  Uno non può proprio immaginare uno Stalkey adulto nella stessa stanza con i migliori ufficiali di Nelson, o ancora meno con Sydney! [2] Queste due tendenze insieme, “tessono il sudario del mondo“.[3]

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dal Doodle, i tessitori del sudario del mondo.

Per fortuna, la vita è migliore di come la descriviamo, e migliore di quanto meriteremmo. Lancillotto non è ancora irrecuperabile. Per molti di noi, questa guerra ha portato una gloriosa sorpresa nello scoprire che, dopo 20 anni di cinismo e cocktails, le virtù eroiche erano ancora intatte nelle giovani generazioni, e pronte per per essere messe in pratica nel momento in cui sono state invocate. Eppure insieme a questa “fierezza” c’è molta mitezza: da quanto sento, i giovani piloti della RAF, ai quali dobbiamo la nostra vita di ora in ora, non sono meno urbani e modesti del modello del 1915, ma lo sono di più.

In breve, c’è ancora vita nella tradizione che fu inaugurata nel Medioevo, ma il mantenimento di questa dipende, in parte, dall’essere consapevoli che il carattere cavalleresco è arte, non natura; qualcosa che richiede di essere conquistato, non qualcosa che ci si possa aspettare che accada. E questa consapevolezza è specialmente necessaria mano a mano che diventiamo più democratici. Nei secoli passati, le vestigia della cavalleria furono tenute in vita da una classe specializzata, da cui si estesero alle altre classi, in parte per imitazione e in parte per coercizione; mentre ora sembra che la gente debba essere o cavalleresca con le proprie risorse, oppure scegliere tra le due alternative rimanenti, brutalità o cedevolezza. Questo, infatti, è parte del problema generale di una società senza classi, che è menzionato troppo raramente. Il suo ethos sarà una sintesi del meglio di ogni classe? O una semplice vasca con i sedimenti di tutte e le virtù di nessuna di esse? Ma questo è un argomento troppo vasto ai fini di un articolo.

Il mio tema è la cavalleria. Ho cercato di mostrare che questa vecchia tradizione è pratica e vitale. L’ideale personificato da Lancillotto è “escapismo”, in un senso mai immaginato da quanti usano questa parola: offre l’unica possibile scappatoia da un mondo diviso in “lupi che non sanno capire” e “pecore che non sanno difendere” le cose che rendono la vita desiderabile. C’è stato certamente, nel secolo scorso, una diceria per cui i lupi si sarebbero estinti gradualmente per qualche processo naturale; ma sembra che si sia trattato di un’esagerazione.

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dal Doodle, i lupi nell’Europa del del tempo.

Note:

[1] Riferimento al romanzo ‘Stalkey & Co.’, in cui Kipling racconta le avventure degli studenti di un collegio inglese, mostrando simpatia per il protagonista nonostante i suoi molti eccessi.

[2] Riferimenti all’ufficiale sir Th. Hardy, che assistette Nelson ferito nei suoi ultimi momenti di vita, e a sir Ph. Sydney, poeta, studioso e combattente, che nella battaglia contro l’Invencibile Armada, ferito a morte, si dice abbia passato la propria scorta d’acqua ad un compagno ferito più lievemente, con le parole ‘tu ne hai più bisogno di me’.

[3] Richiama un verso di una canzone di protesta dei tessitori di seta di Lione del 1831, famosa per essere stata considerata più tardi dai marxisti “la prima sollevazione della classe operaia”, dove con una certa ironia i tessitori promettevano, dopo aver distrutto il vecchio mondo, di tessere il suo sudario. In inglese i versi suonano così:

“But once our reign arrives,

and once our reign is over,

we we will weawe the old world’s shroud…”

 

 

 

 

 

 

Finchè c’è luce, diamoci da fare

Un blog che nasce dai sensi di colpa.

Quando ti accorgi di aver passato troppo tempo ad osservare senza agire; a sperimentare anche belle cose, senza condividerle; a pensare senza dare spunto ad altri. Allora c’è una penitenza da compiere, e questa e la mia: esporre quello ch emi sembra minimamente degno di condivisione, dandogli un’ordine e magari anche un senso. In questo senso, scrivo soprattutto per me, per mettere ordine nella mente, e per “sentire e gustare le cose internamente”, come disse qualcuno che di movimenti interiori se ne intendeva. Con l’idea che questo mi insegni anche ad agire di più e meglio. E poi, chissà, potrebbe persino capitare che, nel confronto con i pensieri altrui, queste mie riflessioni si rivelino feconde. Sperando che i frutti abbiano senso (e non facciano senso, piuttosto).

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