Un argomento di pressante attualità: l’ideale cavalleresco secondo C. S. Lewis

Capita a volte di incontrare un vecchio amico che credi ormai non possa più stupirti, e invece ricevere da lui una folgorante intuizione ad illuminarti la giornata. Capita soprattutto con amici abbastanza geniali come C. S. Lewis.

Mi sono imbattuto in questo suo breve saggio pubblicato nel 1940. Curiosamente, mi ci sono imbattuto sottoforma di doodle, grazie ad un canale Youtube tutto dedicato a trasformare saggi di Lewis in disegni animati (https://www.youtube.com/user/CSLewisDoodle). Siccome credo che tale lodevole iniziativa meriti maggiore visibilità, e siccome questo saggio pare che non sia stato ancora tradotto in italiano, provo ora a rimediare.

Prima però un po’ di contesto storico. Dicevo che il saggio è del 1940: non proprio un anno tranquillo per gli inglesi. Per la precisione fu pubblicato il 17 agosto, nel bel mezzo della battaglia di Inghilterra. Tre giorni dopo il cosidetto “Aglertag” in cui i nazisti iniziarono l’offensiva su vasta scala che doveva annichilire la Royal Air Force. E cinque giorni prima che Churchill pronunciasse un famoso discorso “Never was so much owed by so many to so few” per commemorare gli oltre 500 piloti morti in pochi giorni. La RAF fu in effetti vicina ad essere annientata, ma l’attacco fu respinto.

C’è qualcosa che di folle nel mettersi a riflettere sulla cavalleria medievale in un frangente come quello. Una follia simile a quella dell’amico Tolkien che in quegli stessi anni buttava giù “il Signore degli Anelli”. Qualcuno potrebbe facilmente interpretare la cosa dicendo che questi filologi si rifugiavano nel mondo della letteratura per fuggire all’ansia del tempo presente. Ma qualcun’altro potrebbe argomentare che la crisi esistenziale di quegli anni richiedeva proprio che qualcuno tornasse alle radici e spiegasse agli uomini che cosa significa essere uomini. In questo senso, questi scrittori hanno compiuto il loro dovere di  recuperando il ruolo che il bardo o l’aedo aveva nelle società tradizionali: essere la voce e la coscienza della comunità di fronte alle sfide che la minacciano. Sentiamo quindi cosa ha da dirci Lewis.

La parola “cavalleria” ha definito in tempi diversi molte cose diverse. Da “truppe pesanti a cavallo” a “cedere in treno il posto ad una donna”. Ma se vogliamo comprendere la cavalleria come un ideale distinto da altri ideali, se vogliamo isolare quella particolare concezione di “uomo come si deve”, che è stato il contributo particolare del Medioevo alla nostra cultura, non possiamo fare niente di meglio che guardare alle parole indirizzate al più grande di tutti i cavalieri di fantasia, nell’opera di Mallory “la Morte di Artù”.

Tu fosti l’uomo più mite“, dice ser Ettore al defunto Lancillotto, “che mai sedette a convito con le dame; e fosti, contro il tuo nemico mortale, il più fiero cavaliere che mai mise la lancia in resta.”

La cosa importante in questo ideale è naturalmente il doppio appello che rivolge alla natura umana. Il cavaliere è un uomo di sangue e acciaio, un uomo avvezzo a teste spaccate e a monconi di arti mozzati. È anche contegnoso, una presenza quasi femminile, in un salone da convito: un uomo gentile, modesto, non appariscente. Non è un compromesso o un giusto mezzo tra efferatezza e mitezza: è feroce fino in fondo e mite fino in fondo. Quando una volta Lancilloto fu nominato “il più grande cavaliere del mondo”, pianse come un bambino che le ha prese.

Qual è, potreste chiedere, la rilevanza di questo ideale nel mondo moderno? È terribilmente rilevante. Puo essere o non essere praticabile (notoriamente il Medioevo falliva nell’attenervisi), ma è certamente pratico. Pratico come il fatto che gli uomini nel deserto devono trovare l’acqua o morire.

Mettiamo in chiaro che tale ideale è un paradosso. Alla maggior parte di noi, essendo stati cresciuti tra le rovine della tradizione cavalleresca, è stato insegnato in gioventù che un bullo è sempre un codardo. La prima settimana di scuola ha smentito questa bugia, insieme con il suo corollario, che un uomo davvero coraggioso è sempre gentile. È una bugia deleteria, perché ignora la vera novità ed originalità dell’appello medievale alla natura umana. O ancora, rappresenta come un fatto naturale qualcosa che in realtà è un ideale umano, mai pienamente conseguito, e non conseguito affatto senza un’ardua disciplina. È rifiutato dalla storia e dall’esperienza.

L’Achille omerico non sa nulla di appelli per cui il coraggioso dovrebbe anche essere modesto e misericordioso. Uccide uomini mentre invocano tregua, o li prende prigionieri per ucciderli a suo piacimento. Gli eroi delle saghe nordiche non conoscono nulla del genere: sono tanto “feroci per colpire” quanto “ostili a pazientare“. Attila aveva “l’usanza di roteare gli occhi ferocemente, come se volesse godere del terrore che inspirava“. Persino i Romani, quando nemici valorosi cadevano nelle loro mani, li conducevano per le strade come spettacolo, e tagliavano loro la gola in cella quando lo spettacolo era finito.

A scuola abbiamo scoperto che l’eroe dei campi da gioco può facilmente essere un bullo rumoroso, arrogante e prepotente. Nell’ultima guerra, abbiamo spesso scoperto come un uomo che era inestimabile in un attacco, era anche un uomo al quale in tempo di pace era difficile trovare un posto, se non nella prigione di Dartmoor. Questo è l’eroismo di natura, eroismo al di fuori della tradizione cavalleresca.

L’ideale medievale metteva insieme due cose che non hanno alcuna tendenza naturale a gravitare l’una verso l’altra: le metteva insieme proprio per questo motivo. Insegnava umiltà e sopportazione al grande guerriero perché ognuno sapeva per esperienza quanto di solito avesse bisogno di una tale lezione. Richiedeva eroismo all’uomo nrbano e modesto perché tutti sapevano che c’èrano buone probabilità che fosse un pezzo di pane.

Facendo così, il Medioevo definiva l’unica speranza per il mondo. Può essere possibile o no produrre a migliaia uomini che combinino i due tratti del personaggio di Lancillotto. Ma se non è possibile, allora ogni discorso su qualsiasi felicità durevole o dignità nella società umana è pura illusione.

Se non possiamo produrre dei Lancillotto, l’umanità ricade in due categorie: quelli che possono armeggiare con il sangue e col ferro ma non sanno essere “miti nel convito” e quelli che sono “miti nel convito”, ma inutili in battaglia. Della terza classe, quelli che sono brutali in tempo di pace e codardi in battaglia non c’è bisogno di discutere qui.

Quando accade questa dissociazione delle tue metà di Lancillotto, la storia diventa un affare orribilmente semplice. La storia antica del Vicino Oriente è in questo modo: barbari induriti calano dagli altipiani e cancellano una civiltà. Poi diventano loro stessi civilizzati e si ammorbidiscono. Allora arriva una nuova ondata di barbari e li cancella. E il ciclo ricomincia. I mezzi moderni non cambieranno questo ciclo; permettaranno solo che la stessa cosa accada su una scala più vasta. Infatti, non molto altro può accadere  se i “fieri” e i “miti” ricadono in due classi mutualmente esclusive. E non si dimentichi che questa è la loro condizione naturale. L’uomo che combina entrambi i caratteri – il cavaliere – è un prodotto non della natura, ma dell’arte. Di quell’arte che impiega esseri umani invece che tela o marmo, come materiale.

Nel mondo d’oggi c’è una tradizione “liberale” o “illuminata” che considera il lato combattivo della natura umana come un male, puro e atavico, e identifica il sentimento cavalleresco come parte della “falsa fascinazione” della guerra. E c’è anche una tradizione neo-eroica che individua nel sentimento cavalleresco un debole sentimentalismo; che vorrebbe richiamare dalla tomba (una tomba inquieta e poco profonda!) la ferocia pre-cristiana di Achille per mezzo di una “evocazione moderna”. Già nel nostro Kipling, le qualità eroiche dei suoi subalterni preferiti sono pericolosamente allontanate da mitezza e urbanità [1].  Uno non può proprio immaginare uno Stalkey adulto nella stessa stanza con i migliori ufficiali di Nelson, o ancora meno con Sydney! [2] Queste due tendenze insieme, “tessono il sudario del mondo“.[3]

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dal Doodle, i tessitori del sudario del mondo.

Per fortuna, la vita è migliore di come la descriviamo, e migliore di quanto meriteremmo. Lancillotto non è ancora irrecuperabile. Per molti di noi, questa guerra ha portato una gloriosa sorpresa nello scoprire che, dopo 20 anni di cinismo e cocktails, le virtù eroiche erano ancora intatte nelle giovani generazioni, e pronte per per essere messe in pratica nel momento in cui sono state invocate. Eppure insieme a questa “fierezza” c’è molta mitezza: da quanto sento, i giovani piloti della RAF, ai quali dobbiamo la nostra vita di ora in ora, non sono meno urbani e modesti del modello del 1915, ma lo sono di più.

In breve, c’è ancora vita nella tradizione che fu inaugurata nel Medioevo, ma il mantenimento di questa dipende, in parte, dall’essere consapevoli che il carattere cavalleresco è arte, non natura; qualcosa che richiede di essere conquistato, non qualcosa che ci si possa aspettare che accada. E questa consapevolezza è specialmente necessaria mano a mano che diventiamo più democratici. Nei secoli passati, le vestigia della cavalleria furono tenute in vita da una classe specializzata, da cui si estesero alle altre classi, in parte per imitazione e in parte per coercizione; mentre ora sembra che la gente debba essere o cavalleresca con le proprie risorse, oppure scegliere tra le due alternative rimanenti, brutalità o cedevolezza. Questo, infatti, è parte del problema generale di una società senza classi, che è menzionato troppo raramente. Il suo ethos sarà una sintesi del meglio di ogni classe? O una semplice vasca con i sedimenti di tutte e le virtù di nessuna di esse? Ma questo è un argomento troppo vasto ai fini di un articolo.

Il mio tema è la cavalleria. Ho cercato di mostrare che questa vecchia tradizione è pratica e vitale. L’ideale personificato da Lancillotto è “escapismo”, in un senso mai immaginato da quanti usano questa parola: offre l’unica possibile scappatoia da un mondo diviso in “lupi che non sanno capire” e “pecore che non sanno difendere” le cose che rendono la vita desiderabile. C’è stato certamente, nel secolo scorso, una diceria per cui i lupi si sarebbero estinti gradualmente per qualche processo naturale; ma sembra che si sia trattato di un’esagerazione.

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dal Doodle, i lupi nell’Europa del del tempo.

Note:

[1] Riferimento al romanzo ‘Stalkey & Co.’, in cui Kipling racconta le avventure degli studenti di un collegio inglese, mostrando simpatia per il protagonista nonostante i suoi molti eccessi.

[2] Riferimenti all’ufficiale sir Th. Hardy, che assistette Nelson ferito nei suoi ultimi momenti di vita, e a sir Ph. Sydney, poeta, studioso e combattente, che nella battaglia contro l’Invencibile Armada, ferito a morte, si dice abbia passato la propria scorta d’acqua ad un compagno ferito più lievemente, con le parole ‘tu ne hai più bisogno di me’.

[3] Richiama un verso di una canzone di protesta dei tessitori di seta di Lione del 1831, famosa per essere stata considerata più tardi dai marxisti “la prima sollevazione della classe operaia”, dove con una certa ironia i tessitori promettevano, dopo aver distrutto il vecchio mondo, di tessere il suo sudario. In inglese i versi suonano così:

“But once our reign arrives,

and once our reign is over,

we we will weawe the old world’s shroud…”

 

 

 

 

 

 

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